Questo sito utilizza cookie. Proseguendo la navigazione si acconsente al loro impiego in conformità alla nostra Cookie Policy.
Informativa estesa         

Ultime notizie

22 Aprile 2026

“Non volevo morire vergine”: desiderio, identità e accettazione nel racconto di Barbara Garlaschelli

Una riflessione su corpo, sessualità e autodeterminazione attraverso il percorso di una giovane donna che, dopo un incidente, impara a riconoscersi di nuovo e a concedersi la possibilità di amare e desiderare.

Barbara, una ragazza di quindici anni, piena di vita si ritrova tetraplegica a causa di un incidente. Il suo corpo non le appartiene più: ciò che desidera, pensa, vorrebbe fare non corrisponde più alle sue possibilità fisiche. Forte è la tentazione di chiudersi in se stessa, di vivere di ricordi di ciò che è stato e non potrà più essere, rinunciando ad affrontare il presente e a cercare nuove opportunità. Grazie anche all’aiuto di coloro che le sono vicini, Barbara riuscirà a superare questo periodo di chiusura, rimettendosi in gioco anche come donna, per scoprirsi capace di dare e ricevere piacere e infine di amare.

Questo racconto autobiografico mostra come spesso siano le stesse persone con disabilità a non concedersi la possibilità di osare, pensando che certi traguardi siano per loro irraggiungibili. E solo quando si convincono che possono provare a essere e fare ciò che desiderano, scoprono in se stesse delle potenzialità inattese.

Emblematica in tal senso è la risposta di Sergio, uno dei corteggiatori di Barbara, alla domanda: “Ma prima dove eravate tutti?”. Lui le risponde: “Noi ci siamo sempre stati, eri tu che non c’eri”. Barbara ha dovuto fare un percorso di accettazione per uscire dal guscio in cui si era rifugiata dopo l’incidente e scoprire un nuovo modo di essere donna. Ma prima ancora, si è dovuta concedere la possibilità di esserlo, in senso pieno, con e nonostante un corpo che non corrispondeva più a ciò che lei voleva e sentiva.

Inevitabile riflettere anche sulla differenza del percorso di accettazione che una persona con una disabilità acquisita deve fare rispetto a chi nasce e affronta tutta la vita con una disabilità. Sono due percorsi diversi, non necessariamente l’uno più facile o difficile dell’altro: per chi nasce con una disabilità, non c’è un prima da rimpiangere, ma neanche da cui poter attingere come esperienza pregressa. Viceversa chi diventa disabile a un certo punto della sua vita, come Barbara ha sempre la nostalgia del prima, di ciò che è stato quindi forse un maggior carico emotivo da affrontare e superare. Ma anche un bagaglio di esperienze cui attingere, adattandole alla nuova condizione di vita.

“Non volevo morire vergine”, è un libro da leggere e soprattutto da consigliare a quelle donne con disabilità che non riescono a emanciparsi dai condizionamenti esterni, di qualunque natura siano, e che non osano pensare che un’altra condizione di vita per loro sia possibile.

"Non volevo morire vergine", Barbara Garlaschelli, Piemme, 2024. Recensione di Donata Scannavini per il numero di aprile della newsletter "Cinema e disabilità"

Condividi: Logo Facebook Logo Twitter Logo mail Logo stampante