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06/06/2019

Sorvegliati speciali

"La videosorveglianza, nel migliore dei casi, non servirà a nulla, se non a rendere ancora più disumano luoghi a cui già oggi viene chiesto di dedicare più tempo a rispettare procedure e protocolli che a guardare negli occhi le persone"

È vero: all’interno dei servizi residenziali per le persone con disabilità, gli episodi di violenza e di trattamento inumano e degradante sono più frequenti di quanto non si pensi. Ma perché questo avviene? La tentazione è quella di limitarsi a identificare i cattivi, trovare i responsabili e punirli, senza chiedersi: cosa permette, spinge e forse richiede ad un operatore di comportarsi così male.

Noi consideriamo gli episodi di violenza come la punta di un iceberg: il segnale che un certo modo di aiutare le persone con disabilità non funzioni, non sia adeguato ai loro bisogni e ai loro diritti.

Oggi i servizi sociosanitari, anche quelli dove non si verificano gravi episodi di maltrattamento, sono pagati in base ai minuti di assistenza forniti alle persone e sono controllati in base all’appropriatezza delle cure che forniscono. Nel tempo le prestazioni di assistenza e di cura sono state sempre più standardizzate, per tenere sotto controllo i costi ma anche come garanzia di “qualità” del servizio.

Così facendo abbiamo però ridotto (almeno da un punto di vista amministrativo) oltre 270mila persone in Italia a essere considerati semplici oggetti di assistenza, di cura e di sorveglianza. Non è stato un buon affare per nessuno, in primis per le persone con disabilità che non vedono riconosciuto il loro diritto di decidere dove e con chi vivere e a non essere escluse dalla società o vittime di segregazione. Non è stato un buon affare nemmeno per gli enti gestori e gli operatori del settore, spinti sempre più a rispettare procedure e ritmi di lavoro che non contemplano il tempo dell’ascolto, dell’imprevisto, del dubbio. Negativo anche l’impatto per le casse dello Stato, dati i costi che queste tipologie di servizio richiedono.

Nessuna legge nazionale o regionale prevede l’obbligo (e quindi le risorse) di dare nei fatti in modo concreto e fattivo la possibilità di una partecipazione attiva alla vita del servizio e la possibilità di esprimere, secondo le modalità comunicative che gli sono consentite dalle sue menomazioni e condizioni di salute, i propri desideri e le proprie preferenze. Ma un luogo dove le mie idee e i miei desideri non contano nulla non può essere chiamata casa: e infatti la chiamiamo servizio o unità di offerta o residenza. Ma non “casa”.

Nei posti dove si viene solo assistiti, curati e sorvegliati, dove si è meno persone e più oggetti di lavoro, la violenza rischia di essere considerata un'opzione possibile. Non saranno quattro telecamere, per quanto ben piazzate a fermarla. L’antidoto alla violenza non è più sorveglianza ma più ascolto, non è più sicurezza ma più apertura, non è più assistenza ma più compagnia, non è più cura ma più vita. La videosorveglianza, nel migliore dei casi, non servirà a nulla, se non a rendere ancora più disumano luoghi a cui già oggi viene chiesto di dedicare più tempo a rispettare procedure e protocolli che a guardare negli occhi le persone.


LEDHA - Lega per i diritti delle persone con disabilità 

 

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